giovedì 28 febbraio 2013




Alantùa è una parola magica per me, la pronunciava continuamente mia nonna paterna, come intercalare, ma soprattutto per indicare il momento preciso in cui gli eventi, le circostanze, i momenti della vita prendono una piega decisa e definita, una direzione certa. È anche il " c'era una volta " dei suoi racconti semplici di vita quotidiana, che a me sembravano favole e che conservo nel cuore come tali e la musica dolce del suo dialetto levantino, così simile nell'accento alla lingua corsa e al sassarese. Mi piace camminare a piedi sui sentieri, in mezzo ai boschi e alla macchia mediterranea tipica del posto in cui vivo e probabilmente penso proprio questa parola nell'istante in cui faccio il primo passo; la pronuncio con il cuore e mi incammino sulla dolcezza del suono che produce: ampio all'inizio, lanciato nella sillaba di mezzo come un energico arrancare, più stretto nel finale di una u accentata che non riesce a fermarsi e va a sbucare ancora in una vocale, che apre la strada e invita a un nuovo primo passo. Proprio come quando si cammina nella macchia e all'improvviso, da un intrico di rami di corbezzolo, si intravede il mare.